lunedì, 24 novembre 2008, 20:04
A feast for me
[21 gennaio]

Amanda mi ha organizzato una festa a sorpresa. Nessuno l’aveva mai fatto prima, anche perché tutti a Carson City sanno che detesto le sorprese. Amanda non lo sapeva, quindi mi ha organizzato una festa a sorpresa e nonostante sia una cosa che odio, mi ha fatto davvero piacere.
Tolto l’imbarazzo dei primi cinque minuti. Facciamo anche dieci. Probabilmente è per questo che le odio…
Mi ha trattenuto in videoteca con l’inganno, idiota io che non mi sono accorto che al piano di sotto stavano organizzando una festa…sono entrati dal retro e Al mi ha impedito di scendere per tutto il giorno, ma sinceramente non pensavo a niente del genere. Perché ripeto, tutti sanno che detesto le sorprese…
Ci sono proprio tutti e non ho idea di come abbiano fatto, ad esempio, a contattare i miei compagni di università, ma ci sono anche loro.
Credo che Amanda ci sia rimasta male, perché all’inizio devo aver avuto un’espressione alquanto strana…sono convinto che stia pensando che la odio perché la sua idea è stata pessima…
“Ehi” la chiamo mentre sta parlando con Amber e Pete di non so quale piano diabolico “ve la rubo un secondo…” continuo rivolto agli altri due che annuiscono, mentre la prendo per un braccio e ci spostiamo in un angolo con meno gente.
“Samuel scusa, ho avuto un’idea pessima, vero?” mi precede prima che io possa dire qualunque cosa. Ma perché cavolo non mi fa mai parlare?
“Volevo dirti proprio questo…in realtà io odio le sorprese, credo che tu l’abbia capito dalla mia espressione…” annuisce dispiaciuta e io abbozzo un sorriso.
“Davvero, non lo sapevo, mi dispiace, ti ho rovinato il compleanno…” continua interrompendomi. Se solo mi facesse parlare una buona volta…
“So che sembra incredibile a dirsi, ma non hai rovinato proprio niente…”
“Davvero?” mi chiede con un sorriso e uno sguardo incredulo.
Annuisco col capo, quando fa così mi fa tenerezza, non sembra nemmeno la stessa persona che spesso vorrei uccidere perché rompe incredibilmente le scatole.
“Sono io che sono un cretino, cioè nessuno in effetti mi aveva mai organizzato una festa a sorpresa, quindi le odiavo a prescindere…se avevo un’espressione strana era perché ero terribilmente in imbarazzo…” le spiego abbassando lo sguardo e probabilmente sono diventato anche di mille tonalità di rosso diverse. Meno male che le luci sono basse e non si nota, perché altrimenti Amanda mi prenderebbe in giro da qui all’eternità. Anche adesso sono terribilmente in imbarazzo, in effetti.
“Meno male, pensavo che mi avresti odiata a vita per averti rovinato il compleanno…”
“No, figurati…anzi, grazie mille, davvero...” sto per dirle anche che senza di lei probabilmente avrei passato il compleanno da solo a casa mia, ma mi trattengo. Sarebbe davvero troppo…
Amanda sorride di nuovo e subito dopo si scusa perché deve tornare da Pete che la chiama perché ha avuto un’idea geniale a proposito di qualcosa che non ho capito, ma credo di non volerlo nemmeno sapere in effetti.
Non appena Amanda si allontana, mi giro e senza volerlo mi imbatto in Sally, facendole rovesciare sulla camicetta il contenuto dei due bicchieri che aveva in mano.
“Oh cavolo, mi spiace!” esclamo prendendo dei tovaglioli di carta dal tavolo qui accanto, per poi porgerli alla ragazza che cerca di pulirsi come può, dopo aver posato i bicchieri.
“Non importa!” esclama lei con un certo imbarazzo “Fa niente, davvero…in libreria ho un cambio, sai lo tengo sempre nello spogliatoio, con Pete in giro non si sa mai, i disastri sono all’ordine del giorno…” continua “Vado a cambiarmi e torno!”
“Aspetta, ti accompagno…” le dico trattenendola per un braccio, visto che era già fuggita in direzione delle scale per andare al piano di sopra. La libreria è qui accanto, ma è sera e non mi va che ci vada da sola. E poi è colpa mia se si è rovesciata tutto addosso…
“Non devi, davvero…ci metto un secondo!”
“Ma non mi va che tu esca da sola…tanto l’hai detto tu che ci metti un secondo e credo che per un secondo nessuno si accorgerà della nostra assenza…”
Sorride, abbassando lo sguardo. “Ok…se insisti…ci metto un secondo davvero…”
Saliamo le scale e in men che non si dica siamo in caffetteria, Sally entra nello spogliatoio e io ovviamente l’aspetto fuori, mentre do un’occhiata ai nuovi libri che sono arrivati oggi pomeriggio.
Trovo il nuovo di Ken Follett, proprio ieri ne stavo parlando con una compagna di università che me l’ha consigliato vivamente. Lo sfoglio un po’, leggo le prime righe della prefazione e poi arriva Sally, che al posto della camicetta azzurra di prima ne ha una rossa.
“L’altra era più carina…” mi dice sistemandosi il colletto.
Scrollo le spalle, come a dire che non è vero, che anche con questa sta bene, e lei mi sorride.
“Ho dato un’occhiata ai nuovi arrivi…ti spiace se prendo questo?” le chiedo mostrandole il libro “Un’amica sostiene che non posso vivere senza averlo letto…”
“No…no, veramente non puoi…” mi dice dopo averci pensato un attimo, e non nascondo di esserci rimasto un po’male, più che altro non me l’aspettavo…era più una domanda retorica che altro la mia, ero convinto di una sua risposta affermativa.
“Ah…ok…non importa…” lo rimetto dove l’ho trovato, vorrà dire che lo prenderò da qualche altra parte. Muovo qualche passo verso l’uscita, apro la porta e la tengo aperta pensando che Sally sia dietro di me, ma quando dopo qualche secondo mi volto, lei è ancora lì in piedi, esattamente dove l’ho lasciata.
“Tutto bene?” le chiedo rientrando.
“Sì…sì…è che tu adesso pensi che io sia una stronza per la storia del libro, ma era il tuo regalo di compleanno, per questo non puoi prenderlo…” mi spiega, mortificata.
Mi lascio sfuggire una mezza risata, poi penso che forse non è il caso perché Sally sembra esserci rimasta davvero male.
“Non l’ho pensato, davvero…ho pensato che magari l’aveva già prenotato qualcuno, quindi non potevi darlo a me…comunque ottimo regalo!” concludo riaprendo la porta, mentre le mi sorride ed insieme usciamo per tornare alla festa “Se preferisci farò finta di essere sorpreso quando lo apro…” le dico ridendo mentre camminiamo e lei mi dice che sono uno stupido, che non c’è bisogno che io finga.
“Senti ma perché avevi due bicchieri?” le dico notando solo ora che i bicchieri di poco fa che sono ancora sul tavolo sono due, mentre lei è una sola.
“Be’…perché uno era per te…”
“Ah…grazie…” rispondo portando una mano alla nuca, imbarazzato. Stasera va così, sono nell’imbarazzo perenne…sarà perché sono al centro dell’attenzione, visto che sono il festeggiato.
“Volevo fare due chiacchiere, sei uno dei pochi che conosco…e considerando che quelli che conosco oltre te sono Pete, Mandy e Jane…”
Osservo i tre ridere a crepapelle dall’altra parte della sala, stanno facendo un casino infernale, ma alla fine è una festa ed è giusto così. Però capisco che Sally non si senta a proprio agio con loro, spesso capita anche a me…
“Capisco…capisco in pieno!” le dico mentre mi sposto verso il tavolo e riempio due bicchieri con la prima cosa che capita, per poi porgerne uno a Sally, che sorride ringraziandomi.
“Allora, come si sta a New York? Ormai è un po’che sei qui…”
“Pensavo peggio, sai? Non sono abituato alle grandi città e non sono uno che dà troppa confidenza alla gente, di solito…”
“…e invece hai trovato loro…” mi dice indicando con un cenno del capo Pete, Amanda e gli altri.
“Esatto…ogni tanto mi irritano, però se non ci fossero loro ammetto che passerei le mie giornate chiuso in casa!”
Sally ride, mentre beve dal suo bicchiere e dice che capisce in pieno, che anche per lei è la stessa identica cosa. E’ incredibile quante cose abbiamo in comune io e Sally!
“Senti…” continua poi ritornando più seria “…stavamo pensando di iniziare a pubblicare un periodico in libreria…sai con delle recensioni di libri e cose così…ho sentito Mia l’altro giorno, dice che è un’ottima idea e mi dà carta bianca!”
“Mia?” chiedo senza capire e Sally mi spiega che è la proprietaria del negozio, che però vive in California e praticamente ha lasciato la caffetteria completamente in mano dei ragazzi che ci lavorano.
“Le ho detto che conosco anche qualcuno che potrebbe darci una mano…”
“Ah sì? Chi?” chiedo incuriosito, per ricevere dopo un secondo una risposta.
“Tu!”
“Io?”
“Ma sì, dai…ti piace scrivere, ti piace leggere…sei perfetto per questa cosa! Ok, non è il New York Times, me ne rendo conto…ah, dimenticavo, ovviamente ti paghiamo! Non tantissimo, ma è sempre meglio di niente…” dice la ragazza tutto d’un fiato e ammetto che la cosa mi fa anche un po’ sorridere.
“Ehi ehi, frena! Accetto volentieri, ma non voglio un soldo in cambio…i soldi che guadagno in videoteca mi bastano e avanzano. Tu dimmi solo cosa devo fare…”
“Davvero? Ma sei proprio sicuro di non volere niente in cambio? Non è giusto…comunque ho contattato un altro paio di persone che sono interessate e Amanda ha detto che ci può aiutare con l’impaginazione, è abbastanza brava in queste cose…pensavo di trovarci un giorno, fare una piccola riunione per buttare giù le idee…ti faccio sapere, ok?”
“Perfetto!” rispondo sorridente. “Senti, ti abbandono un attimo che Pete mi chiama…” dico notando il ragazzo seduto su un divanetto, che fa strani gesti per attirare la mia attenzione. Lei annuisce con un segno del capo e io mi dirigo verso il ragazzo.
“Dimmi”
“No, niente…” mi risponde Pete “ma non è che puoi passare tutta la serata con un’unica persona, sei il festeggiato! Devi fare un po’ di public relations! Ad esempio…chi è quella bionda là in fondo? Perché non la conosco? Dovresti presentarmela…”
Mi volto a guardare nella direzione indicata da Pete, si sta riferendo a Tanya, una mia compagna di corso.
“E’ una mia compagna di corso e credo che dovresti lasciarla in pace, visto che il suo ragazzo è il doppio di te, sai?”
“Ah ok…senti, bevi questo, offro io!” continua passandomi un bicchiere contente non so cosa.
Do un’occhiata al contenuto, un liquido che ha il colore del tè, ma qualcosa mi dice che non sia tè.
“Mi devo fidare?”
“Certo, guarda, l’hanno bevuto anche Mandy e Amber, sono ancora vive…”
Una garanzia, proprio.
“Va be’, senti…vado a salutare un paio di compagni di corso, ci vediamo dopo!”
“Ok, tanto sono sempre qui, non mi muovo…”
La mattina dopo
Apro gli occhi, ho un mal di testa terribile. Oltre che un mal di schiena terribile.
Non sono nella mia stanza, non mi ricordo di essermi trasferito nel magazzino della videoteca…
Il magazzino della videoteca?? Che Pete e i suoi stupidi cocktails siano maledetti!
Istintivamente mi metto a sedere, o almeno ci provo, visto che qualcosa me lo impedisce. O meglio qualcuno…una chioma biondo scuro e delle calze a righe rosa e bianche di Hello Kitty che sbucano da sotto i jeans.
Non mi preoccupo più di tanto, solo una persona può avere delle calze del genere, la riconosco perfettamente anche senza vederla in volto…
“Amanda” la chiamo, praticamente sussurrando. Non ho idea di cosa ci facciamo qui, ma è un problema secondario. Il problema principale è svegliarla e farla spostare, perchè letteralmente non mi sento più la gamba sinistra e anche il braccio sta iniziano ad abbandonarmi.
Quando dorme, sembra quasi una persona normale…quasi…
“Amanda…” ripeto sussurrando e scrollando leggermente la sua spalla con la mano che riesco ad usare.
“Dai Eve, che palle è sabato…voglio dormire…” farfuglia voltandosi dall’altra parte. Eve? Mi lascio sfuggire un sorriso, ma poi una fitta fortissima alla testa mi fa smettere all’istante di ridere.
“Amanda” ripeto a voce un po’ più alta “Sei fortunata che Eve non ci sia, se ti vedesse in questo momento ti ucciderebbe…anzi ci ucciderebbe, entrambi…”
Si sveglia di colpo e scatta come una molla, mettendosi a sedere. Si guarda in giro, con i capelli scompigliati e lo sguardo assonnato fa tenerezza.
“Perché sei qui?” mi chiede allarmata.
“Potrei farti la stessa domanda…”
“Questa non è la mia camera!” esclama ancora più allarmata e con un movimento veloce si sposta dall’altra parte del divano, il più lontano possibile da me.
“Nemmeno la mia, se è per quello…”
“Questa è la volta buona che Eve mi uccide, me lo sento…”
Mentre mi infilo le scarpe, lo sguardo scivola sull’orologio che ho al polso.
“Ti uccide se non la chiami, mi sa…è quasi l’una…dovresti essere a casa per pranzo, credo…”
“Oh merda!” sento la biondina esclamare e così dicendo, compone il numero della sorella al telefono e inizia a camminare nervosamente per la stanza.
Dopo qualche minuto torna a sedersi sul divano accanto a me, riponendo il telefono nella tasca dei jeans, decisamente più tranquilla.
“Io amo Pete! Non so come è riuscito a contattare mia sorella prima di me e le ha detto che stavo dormendo da loro, che non mi ero ancora svegliata e che sarei rimasta a pranzo perché Mel prepara il pollo al curry , che è il mio piatto preferito. Le ha anche detto che non appena mi sarei svegliata, mi avrebbe detto di chiamarla, cosa che ho appena fatto senza saperlo. E’ o non è un genio?”
“Come no…era decisamente un genio anche quando riempiva bicchieri con cose a caso ieri sera…” replico contrariato, dopo un’altra fitta di mal di testa. E dal volto di Amanda sparisce ogni traccia di entusiasmo.
“E’ vero…mi fa male la testa…”
“A chi lo dici…”
“E non mi ricordo niente…o meglio, mi ricordo che dopo che gli altri se ne sono andati, siamo rimasti qui a sistemare…poi abbiamo iniziato a guardare un film, intanto ho finito il cocktail di Pete…e poi non mi ricordo più…” si china in avanti per allacciarsi le scarpe e poi si rialza di colpo, facendomi spaventare peraltro.
“Non è successo niente, vero?” mi chiede preoccupata.
“Eh?” il mio sguardo confuso deve essere abbastanza eloquente.
“No dico…tra noi due, niente di compromettente…” aggiunge con un filo di voce, forse in imbarazzo. Cosa incredibile a dirsi, se si parla di Amanda.
“Stai tranquilla, non lo farei mai, nemmeno da ubriaco!” dico quasi senza pensarci, mentre mi dirigo verso il bagno perché ho urgentemente bisogno di uno specchio per sistemarmi i capelli.
Intanto sento Amanda borbottare qualcosa che non capisco in pieno, quindi mentre esco le chiedo se può ripetere.
“Niente…” mi risponde mordicchiandosi un labbro mentre anche lei si sistema i capelli guardandosi in uno specchio che aveva da qualche parte nella borsetta, credo.
Ora, io non sono un genio in queste cose, non lo sono per niente. Ma penso di aver detto qualcosa di sbagliato. Non so cosa, quindi ripercorro mentalmente gli ultimi istanti…e mi rendo conto di quando sono stato idiota e poco carino.
“No, non intendevo in quel senso!” esclamo di colpo sfoderando l’espressione più mortificata che ho in repertorio. “Intendevo dire che non mi approfitterei mai di te, né di nessun altra a dire la verità.”
Amanda non mi guarda, si vergogna! Ma allora anche lei ogni tanto si vergogna…che sia davvero una persona normale?
“Non intendevo dire che tu non sia abbastanza bella o interessante per…sì insomma, ci siamo capiti, no?”
Fortuna che non mi guarda, perché penso di essere arrossito anche io, e non poco. Odio questa parte di me, la odio con tutto me stesso.
Amanda annuisce con un cenno del capo, poi alza la testa e mi sorride, con quell’espressione che ogni volta mi ricorda che, per quanto strana e fuori di testa, Amanda in fondo in fondo è una ragazza adorabile. Molto in fondo.
“Senti, dovresti essere fuori a pranzo, no?”
“Dovrei, sì…a colazione sarebbe più appropriato…” mi risponde saltando in piedi, per poi infilarsi la giacca mentre anche io prendo il cappotto.
“Cosa ne dici di mega caffè e torta da Starbucks? Non in caffetteria perché se oggi vedo Pete lo uccido…”
“Offri tu? No perché sono squattrinata in questo periodo, sai com’è…” mi dice tornando la solita Amanda sfacciata che conosco.
“Che novità…certo che offro io, andiamo!” e così dicendo le passo un braccio sulle spalle e ci dirigiamo verso l’uscita.
.Samuel.
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